venerdì 29 aprile 2011

L'economia, John Nash e la teoria dei Giochi (che ormai sembrano fatti)

Una delle tante notizie inutili ieri annunciava che da uno studio durato anni è risultato che l'empatia favorisce un migliore comportamento sociale. Duemila anni dopo Cristo e 2500 dopo Buddha direi che è un bel risultato per la scienza. Ci sono arrivati.
Ma non tutti gli studi vengon per nuocere. Ricordiamo la teoria di John Nash, il premio nobel la cui vita ha ispirato il bel film di Ron Howard "A beautiful mind", secondo la quale la società migiore sarebbe quella composta da individualisti con un po' di senso di responsabilità sociale.
Chissà che lo capisca anche qualche amministratore delegato: "In una grande azienda dell’Occidente lo stipendio dell’amministratore delegato spesso supera quello di 150 suoi operai generici. Il primo tende a salire, mentre i salari operai tendono a calare". (Dall'articolo a seguire)

Crisi Economica e la Teoria di Nash

pubblicata da Informare Per Resistere il giorno venerdì 7 maggio 2010 alle ore 23.50
- di Raffaele Langone -



Nel 1994 viene assegnato il premio nobel per l’economia ad un matematico, John Nash, grazie alle sue scoperte in economia fatte per mezzo della“Teoria dei Giochi”.
Nash dimostra, matematicamente, che il massimo livello di benessere di una società si ha quando ciascuno degli individui che la compongono agisce in vista del proprio interesse senza però perdere di vista l’interesse degli altri.
Confuta cioè, i pilastri della teoria economica corrente basata sulla libera competizione senza regole dimostrando come, un comportamento mosso dal solo individualismo, generi all’interno della società, azioni tali da far diminuire il livello medio di benessere di tutti i suoi componenti.
All’interno della teoria dei giochi Nash, sviluppa ulteriormente le scoperte formulate in precedenza da altri studiosi, teorizzando il funzionamento di mercati dotati di molteplici livelli di equilibrio che mutano in funzione dell’atteggiamento dei giocatori, di una eventuale autorità esterna al gioco, del grado di cooperatività tra i partecipanti. In sintesi Nash “matematizza” una verità lapalissiana.
Se in una squadra di calcio tutti i giocatori cercheranno di brillare di luce propria, di essere centravanti e di fare goal, più che compagni essi saranno rivali. La loro porta sarà facilmente violata da qualsiasi altra squadra i cui giocatori collaborino tra loro per sconfiggere l’avversario. Anche nel caso in cui il primo team disponga dei migliori elementi è probabile che perda, e che i membri della seconda formazione si distinguano, persino, a livello individuale. Quando si coopera tutti guadagnano, dal terzino al centravanti. Ci sarà un vantaggio differenziato in funzione del ruolo, della capacità e del livello singolarmente espresso da ogni giocatore, ma comunque ci sarà per tutti.
E’ questo che Nash “ scopre”, in netta contrapposizione anche alle teorie di Adam Smith, il quale suggerirebbe che ogni giocatore deve agire per se.
Ma come nasce, cos’è e a cosa serve la teoria dei giochi?
Verso la fine degli anni venti all’Università di Princeton, una città a pochi chilometri da New York, insegnavano Albert Einstein, Kurt Godel, Robert Oppenheimer e il discepolo di Hilbert, John von Neumann, l’inventore, tra l’altro, delle tecniche matematiche per il funzionamento dei computer. Con il teorema del minimax (un teorema che esclude il terzo per garantire il conflitto tra due giocatori, come avviene nel gioco degli scacchi), Von Neuman fu il primo nel 1928 a fornire una descrizione matematica completa di un gioco. Fu solo nel 1938 che si formò il nesso tra gioco ed economia quando l’economista Morgenstern, convinse von Neuman a scrivere un trattato in cui si sosteneva che la teoria dei giochi era il fondamento scientifico di ogni teoria economica.
Nacque così, nel 1944 “The Theory of Games and Economic Behavior”, un libro rivoluzionario che applicando la matematica come linguaggio della logica scientifica, attaccava la visione economica dell’epoca.
L’essenza del messaggio di von Neuman e Morgenstern consisteva nel sostenere che i problemi tipici del comportamento economico diventavano, rigorosamente, identici ai concetti matematici relativi ai giochi di strategia. Infatti la cosa più importante di questa teoria riguardava i giochi a due giocatori, (che erano) di conflitto totale. Giochi che tra l’altro erano idonei perfettamente ad elaborare modelli e strategie che riguardavano la guerra scoppiata in Europa, ma che si adattavano anche al fattore scatenante della guerra fredda: la minaccia del conflitto nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Questi giochi, però, non erano in grado di dire se le perdite per gli sconfitti si sarebbero rivelati vantaggi per i vincitori. Con le armi che diventavano sempre più distruttive infliggere al nemico il massimo danno possibile non aveva più senso. Se una parte dell’edificio della teoria dei giochi poggia sul teorema del minimax di von Neuman, l’altra sua parte è strutturata, invece, dal teorema dell’equilibrio formulato da John Forbes Nash, nel 1950. Nash si distaccò completamente dal teorema di von Neuman e avanzò l’ipotesi che i giochi cooperativi fossero formati da un numero N di persone che si accordavano per trovare un punto di equilibrio.
In breve: il teorema di Nash dice che deve sempre trovarsi, perché esiste, un punto naturale di equilibrio che tende a mantenersi nel tempo e per mezzo del quale ciascun giocatore sceglie la migliore risposta da dare alle azioni degli altri. I giocatori di questo grande gioco a masse multiple sono costretti, così, a collaborare tra loro se vogliono massimizzare il loro tornaconto.
L’equilibrio di Nash si poteva quindi applicare ad una classe di situazioni molto più ampia rispetto al teorema del minimax di von Neuman. Infatti il suo teorema si poteva adattare al disarmo totale, alle scienze economiche, alla sociologia, alla biologia e alle nuove scienze politiche. Un esempio? L’Unione Europea, che è uno spazio non più legato al ristretto territorio di una nazione ma fondato su un gioco politico dove non c’è più qualcuno che vince o che perde, come nella politica conflittuale, ma vincono tutti quando trovano un punto di equilibrio. Un’area caratterizzata da regole economiche e sociali da cui deriva sia la solidarietà come dispositivo di cooperazione, sia il patto di lealtà come dispositivo di equilibrio e, quindi, di riuscita.
In questo contesto l’Europa è un’idea nuova di governo delle cose ed è per questo che è anche un esempio di civiltà planetaria.
Nash effettuò le sue scoperte agli inizi degli anni 50, più di mezzo secolo fa, a Princeton; ma per scelta di chi finanziava il progetto di ricerca i risultati da lui ottenuti non vennero diffusi se non tra uno stretto numero di addetti ai lavori.
Quasi contemporaneamente alle scoperte di Nash due economisti, Lipsey e Lancaster, elaboravano il “teorema del secondo best” in ossequio al quale in una realtà economica che non funzioni ad un livello di libertà e competitività ottimale, non può sapersi a priori il grado di regolamentazione statale di cui avrà bisogno per operare meglio.
In altre parole i due economisti hanno scoperto e dimostrato che è possibile che un paese funzioni meglio coadiuvato da interventi statali. In base alle condizioni e limitazioni poste dal mondo reale, potrebbe essere addirittura necessario un forte intervento statale in campo economico.
Tutto ciò in contrapposizione alla teoria e pratica dell’epoca che sosteneva essere necessario, in caso di problemi posti dal mondo reale esterno ad un sistema economico, adottare soluzioni che favorissero una totale e incontrollata libertà economica.
Lipsey e Lancaster hanno smantellato più di mezzo secolo fa questa visione ritenendo necessario che lo Stato intervenga con provvedimenti utili al sistema economico cui ci si riferisce, in base alle condizioni poste di volta in volta dall’economia. Purtroppo, scoperte come quelle di Nash, Lipsey e Lancaster, che avrebbero potuto cambiare la storia della teoria economica per lungo tempo non hanno avuto altra diffusione se non all’interno di un ristretto numero di economisti dell’ambiente accademico statunitense.
Questo perché la combinazione delle due teorie suggerisce che non possa definirsi a priori, e con certezza, quale sia la scelta migliore per un paese; questa dipenderà sempre da una enorme quantità di variabili. E’, quindi, un errore pretendere di applicare in ogni tempo e luogo la stessa strategia economica come, invece, sta accadendo dall’inizio degli anni 90, da quando cioè tutti i paesi del mondo del WTO, permeati dalla cultura e dai metodi del neoliberismo applicano, sbagliando, le teorie sviluppate all’università di Chicago negli anni 50.
Gli Stati Uniti d’America rappresentano da sempre il paese promotore di una parte dell’avanzamento tecnologico che rende oggi la vita più agevole e comoda.
Come mai allora le scoperte in campo economico fatte da Nash, Lipsey e Lancaster non sono state applicate e, soprattutto, diffuse?
Esse avrebbero potuto permeare la cultura economica, premessa indispensabile per vivere in un altro mondo, con un’altra globalizzazione.
Così non è stato.
La visione ideologica ha preso il sopravvento riducendo la teoria economica, che dovrebbe costituire una scienza, ad una visione di parte, l’esatto opposto di ciò che è scienza.
In genere, in ogni determinata scienza se qualcuno dimostrasse matematicamente che l’assunto teorico valido fino a quel momento fosse errato, tutti sospenderebbero le ricerche e inizierebbero a lavorare sui nuovi assunti teorici dimostrati. Sarebbe stato questo il comportamento più logico da seguire soprattutto se si considera che in campo economico le conseguenze di una data teoria, se applicata, influiscono sulla vita di miliardi di persone.
Un atteggiamento scientifico rigoroso avrebbe dovuto indurre a ridiscutere i principi della teoria economica di Adam Smith, ma ciò non è accaduto.
Così è prevalsa un’altra teoria economica elaborata a Chicago, quelle della “ scuola monetarista”.
La “scuola monetarista” sosteneva in un primo momento che lo Stato dovesse avere un’unica funzione: battere moneta in maniera proporzionale al tasso di sviluppo dell’economia. Dunque, secondo questa teoria, la Banca Centrale di un Paese con tasso di crescita del 3% annuo dovrebbe emettere una pari quantità di carta moneta.
Successivamente la “scuola monetarista” limita, ulteriormente, il ruolo dello Stato sostenendo che questo non deve far altro che chiudere in attivo il proprio bilancio preventivo.
Secondo tale visione lo Stato non deve entrare nei problemi dei suoi cittadini.
I disoccupati non devono essere sostenuti e così i poveri perché “ l’essere umano è dotato di una razionalità perfetta che lo guida nelle scelte economiche”, poichè il risultato di un processo economico su scala nazionale deriva dalla media dei risultati di ogni singolo operatore economico, anche di quelli che non avessero agito razionalmente, come i poveri e i disoccupati. E ancora, secondo questa scuola lo Stato non deve interessarsi di faccende economiche, esso deve limitarsi ad abbattere qualsiasi tipo di restrizione alla competizione e al libero esprimersi dei soggetti economici controllando solo che il Paese, quando si considera la media dei risultati, non vada in deficit.
Se tale sarà il comportamento dello Stato si raggiungerà la piena occupazione di tutti i lavoratori di qualsiasi paese del mondo.
Ma è Possibile ciò?
Evidentemente questa teoria economica non teneva conto del tasso di sviluppo demografico a meno che non si ritenesse che la gente si riproducesse allo stesso ritmo con cui gli uffici di collocamento pubblicano gli annunci di offerta di lavoro.
La scuola economica di Chicago quando teorizzava queste cose, probabilmente, si rifaceva al pensatore inglese Malthus il quale sosteneva che, mentre la popolazione cresce secondo una progressione geometrica, i mezzi di sostentamento hanno solo un incremento aritmetico. Mi spiego meglio, l’aumento incontrollato della popolazione era considerato da Malthus la minaccia peggiore per un Paese. Quindi guerre, alluvioni, terremoti, siccità, pestilenze, carestie erano da considerarsi rimedi salutari volti a scongiurare questa minaccia.
Da quando Malthus teorizzava tutto questo sono passati quasi 150 anni, nel frattempo la popolazione mondiale è aumentata di 6 volte e, grazie alla tecnologia e alla scienza, un pezzo di pane c’è per quasi tutti. Ma fino a quando?
La scuola di Chicago fece proprio il teorema di Malthus integrandolo nella teoria economica lì sviluppata, che nella successiva ed ulteriore elaborazione sostenne in sintesi che il tasso di sviluppo demografico debba coincidere con il tasso di occupazione, e visto che il tasso di sviluppo demografico non è altro che il tasso di natalità sottratto a quello di mortalità, se quest’ultimo variasse rapidamente( quindi se la gente morisse proporzionalmente al calo dell’occupazione, o vivesse più a lungo quando c’è lavoro) secondo gli economisti della scuola di Chicago ci troveremmo sempre in condizioni di “ piena occupazione”.
Ragionamento ineccepibile ma aberrante, semplicemente aberrante. O no?
Con l’impostazione maltusiana la “scuola monetarista” acquistò ulteriormente credito presso l’elite e l’establishment statunitense che provvidero a divulgarne i principi e le regole teorizzate nelle università, nelle istituzioni finanziarie, nei centri di ricerca, nei centri decisionali mondiali e, tramite mass media, presso il grande pubblico.
Per contro le scoperte di Nash, Lipsey e Lancaster continuavano a restare ignote, nonostante avessero dimostrato l’erroneità delle tesi di Adam Smith.
Ma forse ha ragione l’elite statunitense. Il viaggio intrapreso dall’umanità confermerà le tesi maltusiane.
L’energia che occorre alla nostra vita e alle nostre attività dipende da fonti non rinnovabili come il petrolio ed il metano. Essi si stanno esaurendo.
E’ solo questione di tempo. Mancando l’energia necessaria per riscaldarci, per trasportare e produrre cibo, per curarci etc. gran parte della popolazione potrebbe essere destinata a scomparire dal pianeta.
Con la globalizzazione in atto si sta modificando la composizione sociale dei vari stati. Il ceto medio e medio – alto dei Paesi occidentali si sta riducendo a vantaggio di un ceto medio emergente in Cina, in India e in tante altre nazioni del sud – est asiatico, del Medio Oriente, dell’africa mediterranea, dell’est europeo.
Nei Paesi occidentali come l’ America, l’ Europa, il Giappone, cresce il numero dei poveri e, il divario tra chi ha e chi non ha, aumenta ogni giorno di più. La povertà sta diventando sempre più una condizione trasversale ai popoli e alle nazioni del mondo. L’1% della popolazione mondiale (i 60 milioni di persone più ricche) ha un reddito pari a quello posseduto dal 57% della popolazione del Pianeta (i 3,4 miliardi di persone più povere). Le 200 persone più ricche della Terra dispongono di più risorse dei 2 miliardi di persone più povere. Nel mondo 800 milioni di persone patiscono la fame, mentre altri 800 milioni hanno problemi per l’eccesso di cibo che consumano. Il bilancio annuale di una singola grande azienda americana come la General Motors (170 miliardi di dollari) supera di circa il 30% quello del più ricco paese dell’Africa sub-sahariana, il Sud Africa (120 miliardi di dollari). In una grande azienda dell’Occidente lo stipendio dell’amministratore delegato spesso supera quello di 150 suoi operai generici. Il primo tende a salire, mentre i salari operai tendono a calare. Mai, nella storia dell’uomo, la ricchezza era stata redistribuita in maniera così ineguale tra le nazioni e all’interno delle nazioni stesse.
Una volta gli uomini e le donne appartenevano a gruppi sociali diversi all’interno di uno stesso contenitore storico culturale che era il proprio paese, la propria città, la propria nazione. Si distingueva il cittadino italiano dal cittadino tedesco, lo spagnolo dall’inglese, il francese dal russo. Oggi non più. L’appartenenza è ad una classe, ad un ceto, indipendentemente dalla propria storia e dalla propria cultura. Si è divisi e si appartiene sempre più a gruppi mondiali di individui che “posseggono” e soprattutto, in grande maggioranza, a gruppi di individui che “non posseggono”.
E’ forse questa, venendo a mancare il petrolio, la parte di popolazione mondiale destinata alla scomparsa dal Pianeta, scomparsa che come dicevamo prima era ritenuta inevitabile e, logicamente, ineccepibile dagli economisti della scuola di Chicago?






 

In sofferenza

Da quando il mondo ha abbandonato la saggezza per dedicarsi all'upgrade e al copia-incolla ogni cretinata detta da qualsiasi cretino titolato da altri cretini come lui sembra, almeno per un giorno, una verità celeste. Ci vorrebbe un app per app-enderli per le palle, loro e i loro computers.

martedì 26 aprile 2011

Marzullamento globale

Sottolineare quanto è bello e giusto quello che già piace a tutti è un attività onorata e quasi sempre remunerativa. Perchè fare altro? Nei casi di scrupolo deontologico o morale si può scegliere di fare la stessa cosa, ma per un pubblico più limitato, la cosiddetta nicchia; questo, anche se un po' meno remunerato, è comunque apprezzato. Perchè quindi fare critica o riflessioni impegnative quando basta essere fantastici narratori di favole seriali per gente che ha sete di notizie che già conosce?

Il cretino tra Genio e Follia.


L'attività del cretino è molto più dannosa dell'ozio dell'intelligente. (Mino Maccari)

La citazione dal bel blog "Tra Genio e  Follia" (http://tragenioefollia.blogspot.com/) si è beccata ad ora 1900 mi piace su Fb e un acaterva di commenti interessanti da leggere!

https://www.facebook.com/notes/tra-genio-e-follia/lattivit%C3%A0-del-cretino-%C3%A8-molto-pi%C3%B9-dannosa-dellozio-dellintelligente/200466806658065

Not In My ChurchYard


Si è risolta, sembra positivamente, una delle tante vicende di cui questo paese si dovrebbe vergognare anche se non avvengono sul proprio territorio nazionale. I Rom rifugiati nell'area ristretta della basilica di San Paolo a Roma hanno trovato un accordo con la Chiesa Cattolica e il Comune di Roma. E speriamo che non ci siano trucchi di nessun genere. Cacciati dal loro campo abusivo dalla giunta Alemanno, i nomadi si erano rifugiati nel territorio della Chiesa chiedendo aiuto e innescando loro malgrado il succedersi di una serie infinita di "gaffes" (chiamiamole così) da parte dei dirigenti ecclesiastici della Basilica e dello Stato del Vaticano. Ma come, quelli che predicano l'accoglienza mettono le guardie svizzere a separare i figli dalle madri? Non riescono questi santi e saggi uomini a trarsi d'impaccio senza fare la figura dei quaquaraquà? Nei mesi dell' otto per mille si rendono responsabili un incredibile controspot da milioni di ascoltatori? Dopo aver investito ingenti aiuti verso la caritas e verso missionari che si curano dei bisognosi del mondo non riescono a risolvere una faccenduola nel loro cortile? Ebbene sì, è successo. Fortunatamente l'altissima dirigenza (il Papa) è intervenuta e la questione si è risolta con l'intervento dell Caritas, con qualche ritardo e con qualche esagerazione  che il il ricorso al senso comune,  a quello di convenienza e non ultimo a quello di carità avrebbero certamente evitato. Perciò a grazie ai soliti "illuminati" possiamo annoverare da qualche giorno una nuova categoria di soggetti da rotocalco: dopo i i Nimby  ecco i Nimcy, quelli che "Not In My ChurchYard!".

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/1007369/sgombero-rom-vaticano-il-papa-e-loro-vicino.shtml

domenica 24 aprile 2011

Manifesto del Buon tempo futuro.

Sono maturi i tempi per il ritorno alle buone pratiche del vivere civile. Basta con l'arrufantismo e il kitsch inconsapevole; è venuto il momento di fare molti passi indietro e di trattare se stessi e gli altri con cortesia e non con arroganza, sapendo che ognuno ha il suo ruolo e che in una società di regole condivise c'è posto sia per l'impresa sia per la solidarietà. La Banca Popolare di Vicenza intercetta questo profondo bisogno degli investitori piccoli e grandi e lo trasforma, con una comunicazione efficace, in uno spot che evidenzia un portato morale rilevante. Le immagini sono metafore di un mondo in già essere che ha bisogno solo di fiducia per proporsi e imporsi. Non è la comunicazione del Mulino Bianco, molto più vicina alle promesse di livello inferiore, che fanno leva sul ricordo dell'infanzia contraffacendolo; è decisamente qualche spanna più su: fa leva sul desiderio dell'adulto di appartenere ad una storia fatta di lavoro e d'arte, di piccole cose e di grandi aspirazioni, molto molto lontana dall'imbambolamento prodotto dai racconti della televisone di massa e molto molto vicina alla solidità delle certezze della grande arte e del grande pensiero, apparsi in tempi in cui il denaro non era un valore fine a se stesso, ma, in parte,  lo strumento di una visione mecenatistica ed evolutiva della società.
Al termine dello spot la Banca si distingue chiaramente dal "palazzo" dichiarandosi vicina, ma distante. A ognuno il suo ruolo.

Chiaramente anche se questo è soltanto un filmato commerciale e il suo scopo è di far leva sull'insicurezza del  risparmiatore per convincerlo a depositare il piccolo gruzzolo in erosione, nelle casse della banca citata, dalle sue immagini e dalla colonna sonora ( Vivaldi), dove la bellezza e il pensiero tornano ad avere un ruolo preminente senza presentarsi con arroganza, emerge un proto-manifesto del buon tempo futuro, una visone del mondo che sicuramente non piacerà a tutti, ma che facendo leva sul migliore e forse unico vero patrimono dell'Italia - arte della Banca/banca dell'arte - potrebbe presto divenire la bandiera di coloro che trovando fiducia in questi valori si decideranno ad agire per esprimere la loro profonda voglia di essere considerati per uno stile di vita ricco di buone pratiche e buoni propositi e non essere più accomunati a quegli italiani, esempi di demenza comportamentale e spreco di risorse, che in questi ultimi anni hanno alimentato l'immaginario comico del mondo. Forse la Farsa è finita e non solo nello spot.

 "Tornano i tempi dove la fiducia prende il posto della tristezza, dove il classico prende il posto del trendy. Tornano i tempi dove una banca non ti guarda troppo dall'alto nè troppo dal basso. Tornano i tempi delle buone maniere e delle condivisioni, dove il denaro è importante, ma rimane uno strumento, dove una banca fa solo la banca. Alla Banca Popolare di Vicenza tornano i tempi che piacciono a noi. Banca Popolare di Vicenza, tradizione e futuro"

La colpa non è dei cretini! (da Pollittika)

Laocoonte Project


« Questa è macchina contro le nostre mura innalzata,
e spierà le case, e sulla città graverà:
un inganno v'è certo. Non vi fidate, Troiani.
Sia ciò che vuole, temo i Dànai, e piú quand'offrono doni. »

Queste le parole con le quali Laocoonte avvertiva i Troiani dei pericoli nascosti nel Cavallo trasportato da loro stessi dentro le mura della città.

"Così detto scagliò una enorme lancia con potenti energie nel fianco della bestia e nel ventre, ricurvo per le strutture. Ella restò tremando, e percosso il ventre, risuonarono le vuote caverne e diedero un gemito.
Se i fati degli dei, se la mente non fosse stata funesta, aveva spinto col ferro a violare i segreti Argolici, ed ora Troia esisterebbe, e tu, alta rocca di Priamo, resisteresti".


Successivamente Poseidone che parteggiava per i Greci attirò Laocoonte il veggente in una trappola mortale e lui e i suoi figli perirono stritolati da serpenti marini.

Chi ha voglia di sfidare Poseidone e di mettere su un progetto Laocoonte per lavorare sulla comunicazione televisiva e via rete? Non tanto sui contenuti ma sulle forme di fruizione e sulle alternative possibili?




sabato 23 aprile 2011

Piglijenkullen




Il simpatico Giovanardi ha tuonato contro lo spot in salsa gay dell'Ikea che recita "Aperti a tutte le famiglie" affermando che "non si posson0 dire famiglie quelle che non sono fondate sul matrimonio". Appurato che il bigotto in questione non ha la benchè minima idea di cosa significhi ironia suggerisco all'Ikea di ricomporre la querelle con il parlamentare dedicandogli appositamente un nuovo modello di poltroncina ergonomica dotata di quei sussidi che una volta seduto possano fargli cambiare idea in proposito. Un bel nome per l'oggetto in catalogo completerebbe con successo l'iniziativa: Piglijenkullen.

La Loggica

La loggica degli italiani è difficilmente definibile o discutibile, al massimo aggirabile. La barzelletta per la sua struttura surreale è forse l'unico mezzo per raccontare concretamente l'italiano. E non è un caso che l'attuale presidente del consiglio sia un campione in fatto di barzellette, l'uomo giusto al posto giusto con la loggica giusta.

Godetevi la barzelletta dello StreKatto